Ma perchè le coppie litigano?

Ma perché le coppie litigano?
Domanda da cento milioni di Euro, come si suol dire. Perché si è diversi. Ok. Perché si hanno aspettative differenti. Ma da dove arrivano le nostre aspettative? 
Come si formano, come maturano? Ve lo siete mai chiesti?
Ancora una volta dobbiamo ripensare al contesto familiare da cui proveniamo e a tutte le idee, convinzioni, certezze
che circolano sullo stare in coppia.
‘Due persone che stanno insieme dovrebbero…’
‘Se lui/lei ti ama non farebbe questo oppure farebbe quest’altro’.
‘ Una donna che ha un marito e dei figli deve capire che la vita cambia. Ci sono un mare di responsabilità. Stare insieme è un continuo compromesso. Si sa che le donne sono così…che gli uomini sono cosà.’
Cresciamo respirando le convinzioni che la nostra famiglia ci propone sull’essere famiglia.
Cosa vi viene in mente pensando alle frasi sentite mille volte nella vostra famiglia d’origine, ai divieti, alle imposizioni?
Ecco. Un buon modo per capire perché si litiga è diventare consapevoli dei modelli che ci ha proposto la nostra famiglia.Pensare se quel modello ci appartiene davvero o ce lo stiamo trascinando per inerzia da generazioni. Comprendere se in un certo modo stiamo imponendo quel modello al nostro partner.
Un gran lavoro su di noi che ci porterà a creare la ‘nostra’ coppia e la ‘nostra’ famiglia creando regole che stiano bene a noi e al nostro partner e non di certo ai nostri genitori o agli insegnamenti dei nonni. Solo perché è sempre stato così…

Sono arrabbiata pechè sei diverso!

Sembra banale ma tante coppie che incontro in terapia, discutono, provano rancori, risentimenti, per il semplice fatto che l’altro sia diverso!
La differenza dell’altro ci pone di fronte alla frustrazione perché tutti vorremmo che il partner la pensasse come noi, che volesse venire al cinema a vedere i film che desideriamo vedere noi, che intendesse il lavoro come lo intendiamo noi, che si occupasse della casa come lo abbiamo in mente noi.
Stare in relazione è un perpetuo aggiustamento, un avanzare e un indietreggiare.
Qualche terapeuta ha paragonato lo stare in coppia ad una danza. E’ un gioco in cui si vince insieme, o si perde entrambi. Nella differenza, che dovrebbe insegnare cosa significhi il rispetto profondo.
Arrabbiamoci allora nella mancanza del rispetto della differenza. Quando le nostre istanze non sono prese in considerazioni. Quando i nostri desideri vengono giudicati poco importanti. Quando la nostra differenza viene considerata un difetto da riparare.

Non mi piaccio: crisi comuni di mezza estate!

 

Sempre più frequentemente mi capita di ricevere in studio donne che non si piacciono. A volte le insicurezze arrivano da persone ‘insospettabili’, di aspetto più che gradevole, rispondenti ai canoni più diffusi.

Allora perchè lo specchio restituisce loro un’immagine insoddisfacente tanto da considerare lievi imperfezioni al pari di elementi pressochè intollerabili alla vista propria e altrui?

Mi colpisce la storia di una ragazza indiscutibilmente affascinante che nell’intimità costringe il partner a spegnere la luce.

O di un’altra giovane donna, convinta di avere un naso assolutamente sproporzionato rispetto all’ovale del viso.

E ancora giovani che si vedono sovrappeso, che non riescono ad indossare quel vestito che vorrebbero perchè ‘stanno male’, che sono convinte di essere oggetto di sguardi critici anche solo camminando per strada.

Donne. Donne insicure, fragili, che rincorrono modelli impossibili.
Donne di fatto, bellissime.

Cosa si nasconde dietro tutto questo? Sono segnali da trascurare?

Nella mia esperienza assolutamente no. Anche perchè spesso i pensieri di inadeguatezza divengono vere e proprie ossessioni invasive che fanno capolino nella mente più e più volte durante il corso della giornata.

Allora chiedendo al riparo da orecchie indiscrete, emergono nella stanza della terapia tante storie di insicurezza che risalgono a molti anni prima. Storie di mancati apprezzamenti e valorizzazioni da parte delle figure di riferimento. Madri e padri che non hanno saputo dire ai propri figli che così come erano, erano esseri perfetti. Pieni di bellezza e potenzialità. Genitori a loro volta insicuri, insoddisfatti, incerti. Alla ricerca del figlio ‘perfetto’ che gratificasse il loro ego.

Quante volte non ci siamo sentiti persone autonome e svincolate dalle nostre famiglie d’origine ma al contrario siamo stati appesantiti da richieste più o meno implicite.

Un non essere all’altezza che pian piano ci ha convinti della nostra inadeguatezza.

Allora un paio di orecchie a sventola, una taglia in più, un’altezza mediocre possono diventare fonte di estremo disagio non di certo per il ‘difetto’ in sé ma per tutto quello che vi abbiamo abbinato inconsapevolmente.

Comprendere ciò che si nasconde dietro ‘paranoie’ continue e pensieri assillanti, ci può aiutare a fare pace con la nostra immagine e a divenire giudici clementi di noi stessi, acquisendo sicurezza e determinazione.

Ma diventare adulti cosa significa?

 

 

Che domanda complessa è?

Si parla tanto di atteggiamenti infantili, ci si accusa reciprocamente di non essere ‘grandi’ nelle relazioni, sul lavoro. Si esortano le persone a mostrare di essere donne o uomini maturi.

Ma in cosa consiste esattamente l’essere adulti? E poi… perché dovremmo esserlo? Semplice: per stare meglio. Perché il benessere psicofisico si raggiunge solo quando siamo in equilibrio. Quando cioè non siamo più troppo influenzati dal passato né viviamo proiettati in un  futuro in cui le cose quasi magicamente miglioreranno.

La parola centrale che si accompagna al concetto di adulto è INDIVIDUAZIONE. Questo è il nostro compito primario come sottolinea molto bene Murray Bowen nel suo testo ormai storico ‘Dal sistema all’individuo’.

INDIVIDUARSI significa sostanzialmente assomigliarsi il più possibile. Lavorare su di sé per capire se quello che facciamo, che scegliamo, che mettiamo in atto deriva da comportamenti appresi (devo fare così, è così che deve andare) oppure è frutto di una reale scelta.

Tante persone che incontro nella stanza della terapia si sono convinte di non avere alternative rispetto al partner che hanno scelto, alla professione, al modo di vivere. Sono letteralmente tormentati da sensi di colpa che arrivano da lontano, sostanzialmente dalle nostre famiglie d’origine che, pensando di fare la cosa migliore per noi (assolutamente in buona fede), ci hanno fatto credere CHE SI DOVESSE FARE COSi’.

Invece le alternative ci sono, sempre, e sono le nostre. Le cose che ci rendono felici, che sono allineate con i nostri bisogni e non rispondono a nessuna aspettativa.

Uno dei regali migliori che ci possiamo fare è dedicare del tempo ad osservare tutto quello che ci hanno insegnato, che abbiamo appreso, di cui ci siamo convinti e chiederci con autenticità: ma è questo che voglio veramente?

E’ un lavoro duro a volte perché davvero è difficile vedere un differente modo di essere ma partiamo avvantaggiati se ci convinciamo che questo esista.

Allora essere adulti non significa essere seri, responsabili, coerenti, affidabili. Certo tutte dimensioni auspicabili. Ma tutto ciò assume un colore grigiastro se non è stato scelto con consapevolezza da noi.

Buona individuazione a tutti!

Introduzione all’utilizzo del Genogramma: miti, segreti, mandati

Una serata dedicata a psicologi, psicoterapeuti, medici, assistenti sociali , educatori e a chiunque abbia il desiderio di addentrarsi nella propria storia familiare al fine di comprendere meglio il proprio funzionamento, le proprie convinzioni, i propri nodi.

Dopo una breve introduzione teorica, verrà portato ad esempio un GENOGRAMMA per poter meglio comprenderne il funzionamento e l’applicazione.

PER TUTTI: un interessante momento di riflessione dedicato alle proprie origini; ai miti, segreti e mandati della nostra famiglia considerata in una dimensione trigenerazionale (nonni- genitori.- noi).

PER GLI ‘ADDETTI AI LAVORI’ : introduzione all’utilizzo di uno strumento duttile e versatile, utilizzabile nei colloqui con i pazienti e gli utenti.

La serata si terrà presso lo Spazio Bianco Psicologia che si trova a MILANO in via Sofonisba Anguissola 50, a pochi metri dalla fermata BANDE NERE (linea rossa).

Il costo di partecipazione è di 20 Euro comprensivo di piccolo buffet/aperitivo e di attestato di partecipazione se richiesto.

PER INFO E ISCRIZIONI POTETE INVIARE UNA MAIL A ericavolpi@tiscali.it

POSTI LIMITATI.

L’attacco d’ansia e di panico è sempre un segnale da non ignorare

 

A volte sembra che il cuore cominci a battere all’impazzata, altre sentiamo di non riuscire a stare in mezzo alla gente o nei luoghi affollati o sui mezzi pubblici. Succede anche che sudino le mani, che il fiato si faccia corto, che si avverta un’improvvisa sensazione di freddo o di caldo.

I sintomi possono essere molti e diversi ma, DOPO AVER  ACCERTATO CHE NON SI TRATTI DI QUALCOSA DI FISICO, non ci rimane che constatare un’unica verità.

Il nostro corpo ci sta dando un messaggio e lo fa a volte in modo importante. Non ci lascia la possibilità di ignorarlo.

Chi soffre di attacchi d’ansia o di panico sa quanto sia difficile gestirli.

Come è difficile pensare con riconoscenza a tutti questi sintomi quando si sperimentano su di sé.

In realtà è davvero un campanello d’allarme che può salvarci.

Da cosa? Da una situazione che non abbiamo il coraggio di ammettere ci faccia stare male.

Da un rapporto che invece di farci sentire sereni ci soffoca, ci provoca un malessere.

Tutti questi sintomi ci sbattono in faccia una situazione problematica nociva per il nostro benesssere psico- fisico e ci consente, nel guardarla dritta negli occhi, di ritrovare una condizione di serenità.

L’attacco di panico o di ansia non va mai ignorato. Al limite affrontato con l’ausilio farmacologico per un certo periodo di tempo ma l’importante è non mettere una pezza ma andare a fondo.

Perché una causa c’è sempre e i nostri sintomi ci danno dei messaggi importanti. Non voltiamogli le spalle. Il nostro compito in questo mondo è stare bene!

Si parla troppo poco della violenza economica…

E lo dico da terapeuta. Possiamo sostenere le donne in tutti i modi dal punto di vista psicologico ma c’è una violenza molto potente quanto subdola…quella economica.

Senza l’autonomia economia una donna farà molta più fatica ad andarsene, a lasciare. a liberarsi di chi la controlla.

Di soldi si fa sempre fatica a parlare e quasi mai il denaro viene messo in connessione con la violenza domestica.

In questo articolo che ho trovato davvero molto interessante, è possibile individuare tutti gli step legati al controllo emotivo che passano da controllo finanziario.

http://www.repubblica.it/economia/2018/03/08/news/guida_violenza_economica_casa_donne_maltrattate-190585791/?refresh_ce

L’ascolto dei minori nelle Consulenze Tecniche d’Ufficio

Capita spesso che, dovendo affrontare una Consulenza Tecnica d’Ufficio, i genitori si preoccupino del livello di coinvolgimento dei loro figli, bambini o adolescenti che siano.

Ecco allora le linee guida stilate nel 2012 che regolamentano e tutelano l’ascolto del minore al fine di non rendere l’esperienza della Consulenza Tecnica troppo spiacevole dato che essa avviene in contesti ove è già presente un eccessiva conflittualità fra i genitori.

Nel mio lavoro, oltre ad attenermi naturalmente a queste linee guida, cerco in tutti i modi di coinvolgere i minori il meno possibile.

I bambini piccoli (in età prescolare) solitamente non vengono neppure nel mio studio ma sono io che mi organizzo per ‘osservarli’ nei loro quotidiani contesti: la casa materna e paterna, quella dei nonni ove vi siano nonni molto presenti nella vita dei bambini, la scuola materna.

La Consulenza viene vissuta con grande ansia e preoccupazione dal nucleo familiare. Non posso che comprendere appieno questo atteggiamento per un dispositivo che, di fatto, si propone di valutare le competenze genitoriali e lo stato di benessere/malessere dei minori.

Mi preme sottolineare però anche quanto a volte una CTU ingeneri cambiamenti insperati, riapra canali comunicativi occlusi, riesca ad attenuare la conflittualità: tutte conseguenze che naturalmente vanno ad impattare positivamente sulla vita dei bambini e degli adulti coinvolti.

Ecco le linee guida cui accennavo all’inizio del breve articolo:

http://www.osservatoriofamiglia.it/moduli/17506320__Ascolto.minore.separazioni.OPlazio.pdf

Se avete domande o necessitate di essere assistiti durante un Consulenza Tecnica d’Ufficio, non esitate a contattarmi.

Nient’altro che la verità…come dire ai figli che ci si separa

 

 

Dover comunicare ai propri figli che mamma e papà hanno deciso di separarsi, pone i genitori di fronte a molti dubbi, incertezze e paure.
Vorremmo tutti che i nostri bambini non dovessero mai ricevere nessuna ‘cattiva notizia’ e quella della separazione , di fatto, le è. Sia per i grandi che per i più piccoli.
Nella mia pratica clinica vengo spesso interpellata su come comunicare ai bambini che mamma e papà non vivranno più insieme ma prima di ogni buon intervento, naturalmente, è necessario sapere cosa sia stato fatto fino a quel momento.
E’ a questo punto che ascolto le storie più diverse che i genitori hanno concordato per proteggere i loro figli dalla verità su come stiano in realtà le cose o anche per una legittima difficoltà nel gestire una comunicazione, quella della separazione, inevitabilmente molto carica sul piano emotivo.
Premetto che tutto ciò risulta perfettamente comprensibile e si inscrive nelle azioni e comportamenti che attuiamo a ‘fin di bene’.
Allora ‘papà non dorme più a casa perchè ha trovato un lavoro lontano e non riesce a tornare la sera’. Salvo poi trovarlo sotto casa per accompagnare il bambino a scuola.
‘Papà dorme sul divano perchè il materasso è scomodo’. ‘La mamma deve andare via tre giorni per lavoro…sai, il suo capo glielo ha comunicato all’ultimo momento’.
Le mancate verità non sfuggono ai bambini anche sono sono molto piccoli.
Un nota psicoanalista , Francoise Dolto, nel suo testo ‘Quando i genitori si separano’ sostiene che il bambino abbia diritto a sapere la verità anche se gattona. La verità è per tutti anche per i bambini molto piccoli.
Come professionista e mamma sposo appieno questa visione del bambino considerato una persona che ha diritto ad essere informato rispetto ai fatti che lo riguardano direttamente.
Con le giuste parole, si intende, adeguandole e modulandole alla sua età.
E senza formule.
Perchè nell’immaginario collettivo c’è ancora questo stereotipo che i genitori debbano riunire tutti i componenti della famiglia attorno al focolare domestico per comunicare che il focolare non ci sarà più.
Comunicazioni pompose, serie, dolorose che rimangono nella memoria del bambino come momenti in cui tutta la realtà si ferma e si imprime quella dolorosa consapevolezza che nulla sarà più come prima.
Quindi… cosa bisogna evitare?
Di mentire a fin di bene e di essere troppo fomali.
Non c’è una ricetta che vada bene per ogni bambino perchè ogni bambino è un (meraviglioso) mondo a sè.
Bisogna trovare le parole giuste partendo da un presupposto imprescindibile: i bambini sono persone che hanno tutto il diritto di sapere cosa sta succedendo nella loro vita.
E dopo aver comunicato loro la decisione di mamma e papà, che a volte è anche la migliore nei casi di alta conflittualità, continua tensione emotiva e lontananza affettiva nella coppia, si deve pensare a rassicurarli questi nostri figli. Perchè ci si separa dal partner ma mai da loro. Sembra scontato ma nella mia esperienza come psicoterapeuta e Consulente Tecnico per il Tribunale, vedo dinamiche che si ripetono di continuo.
Dispetti all’ex coniuge o ex compagno/a sul mancato versamento del mantenimento, cambi all’ultimo minuto dei giorni e degli orari di visita solo per mettere in difficoltà, discorsi poco opportuni sull’altro genitore che tendono a denigrarlo.
E’ tutto questo fa soffrire i bambini, non certo la verità.
Prendiamoci la responsanilità che si deve assumere il mondo adulto. E lecchiamoci le nostre ferite fra adulti.
I bambini chiedono, senza essere in grado di dirlo, di essere tutelati. Nella verità.

Bibliografia:
Quando i Genitori si separano, Francoise Dolto, Mondadori 2004
Psicologia della separazione e del divorzio, Vittorio Cigoli, Il Mulino 1998